Una testimonianza. Altopiano: come l'ho visto e come lo vedo
Considerazioni del presidente della Sezione CAI di Schio

Autore:
Adriano Dal Pra
Presidente del CAI di Schio


CHI SONO
Ho 54 anni, sono cresciuto in una famiglia di modeste condizioni (mio padre era un operaio) ed erano montanare le famiglie di entrambi i nonni materni e paterni. Ho ben presente la condizione di vita e di lavoro, le tradizioni culturali di chi lavora la terra in montagna.

COME HO VISTO L'ALTOPIANO
La prima volta l'ho visto nel 1956, poco prima dell'estate, in occasione di una gita scolastica che ci portò anche dalle parti di Vezzena e Lavarone. L'ho rivisto qualche anno dopo, in primavera, trasportato in moto da mio padre. In quell'occasione mi aveva impressionato profondamente il territorio: così vasto, ricco di prati, pascoli, boschi e malghe.Non avevo mai visto nulla di simile. Mi incuriosiva quell'andamento ondulato e la miriade di prati verdi e di appezzamenti coltivati. Mi pareva un piccolo paradiso, ma sapevo che la vita montanara era dura. Poi ci sono salito in corriera nell'estate dei primi anni '60, per andare a trovare mia sorella che alloggiava nella colonia Lanerossi di Cesuna. Mi aveva colpito la frizzante aria mattutina e i prati con l'erba alta, in cui si nascondevano degli uccelli che sembravano giocare a rimpiattino con me. Ci tornai un paio di volte con amici nell'estate del 1966, in bicicletta, ed arrivai fino a Gallio. Ricordo ancora un gran temporale che ci colse lungo la strada e il ricovero forzoso, di alcune ore, in un baito accogliente. Mi pareva che nel territorio già qualcosa fosse cambiato. Non tutti i prati erano falciati. Lo sviluppo edilizio delle seconde case poi era ormai evidente e mi chiedevo se questi foresti avessero abitato lì tutto l'anno oppure solo per brevi periodi. Mi chiedevo, conoscendo già la risposta, come mai questi foresti avessero tutti quei soldi per farsi una nuova casa, mentre parecchi degli abitanti del posto, specie se contadini, non parevano avere un gran reddito. Tra il 1966 e il 1974 ci tornai varie volte accompagnando mio padre e mio zio per andare a caccia al capanno, dalle parti del Bosco Nero. Godevo nel vedere i vari uccelli al passo. Mi affascinavano gli abeti giganteschi, il bosco fitto e le fasce di pascolo al limitare del bosco. Con la moto ci tornai una paio di volte ancora, nel tentativo di riconoscere le zone della prima guerra mondiale e in particolare i forti. Ma avevo scarse informazioni in merito e le visite furono poco proficue. Ciò mi spinse a leggere libri e pubblicazioni che parlavano dell'altopiano e della prima guerra mondiale. Lessi via via, con molto interesse, i libri di Rigoni Stern che mi illuminavano particolarmente sullo spirito e sull'anima dei montanari dell'altopiano.Qualche anno più tardi, la cinquecento mi consentì qualche puntatina anche d'inverno. Facevo una specie di sci alpinismo dalle parti del Portule e di Campomulo o nelle zone poco battute. Uno spazio aperto innevato, nel completo silenzio, mi affascinava e mi spingeva a trovare zone sempre nuove. In estate, grazie ad alcuni amici del CAI, avevo finalmente frequentato la zona di Cima XII, di Val Galmarara e soprattutto dell'Ortigara. Poi, visto che le piste da discesa erano sempre affollatissime, mi sono dato allo sci da fondo escursionistico che mi ha permesso di trascorrere delle belle giornate sulla neve lontano dai rumori. Negli anni più recenti, sono venute le iniziative fatte con il CAI. Ricordo con simpatia ed affetto Tino Marchetti e Maria Grazia Rigoni, straordinari ed enciclopedici conoscitori dell'Ortigara e dell'Altopiano. Con loro una gita sezionale diventava ben presto una lezione di storia, d'ambiente, di simpatia, di umiltà montanara e d' amicizia. L'enorme afflusso motorizzato, specie nei fine settimana, ha reso oggi sempre più rare le mie "uscite" in Altopiano, ma è parallelamente aumentato l'interesse a conoscerne la storia, le tradizioni e i problemi.

COME LO VEDO OGGI
Vivere in montagna e vivere bene, oggi, non è facile. Sull'Altopiano come altrove. Tuttavia il raggiungimento e il mantenimento di livelli di vita dignitosi è condizione indispensabile per fermare la gente in montagna. Le bellezze naturali dell'Altopiano devono essere tutelate. L'uso del territorio va gestito con attenzione e lungimiranza, evitando di incorrere negli errori del passato. La politica delle seconde case,ha portato -alla lunga - sicuramente più problemi di quelli che ha risolto. Molto resta da fare anche per la conoscenza, la raccolta e l'uso corretto delle tradizioni storiche e culturali. In un momento in cui si assiste ad una diminuzione delle nevicate, la progettazione di nuove piste da sci diventa una scelta non solo discutibile, ma soprattutto insensata. Quando per questo scopo si distrugge del territorio integro, si deve sapere che non si torna più indietro, ma si innescano fenomeni di degrado irreversibile e si crea una situazione dalla quale solo alcune persone traggono vantaggio, ma l'insieme della comunità quasi sempre no. L'Altopiano ha ancora delle grandi ricchezze "collettive" da utilizzare: grandi spazi aperti, aree naturali incontaminate ricche di interesse, la quiete di molte zone, le tradizioni, alcune zone storiche della prima guerra mondiale. Sono tutti beni che la società moderna apprezza ed è disposta a pagare. Sicuramente la politica dello sviluppo non può essere affidata solo a mani private e a chi ha interessi immediati o di piccolo gruppo. La storia dell'Altopiano dovrebbe insegnare qualcosa in merito.