1910-2000 Il Rifugio Cima XII in alta  Val Galmarara... ha novanta anni
La storia quasi sconosciuta del rifugio Cima XII che ebbe breve vita e subito travagliata

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Fino agli inizi degli anni ottanta, superata la Val Galmarara, si scorgevano, sulla sinistra della rotabile poco prima di costeggiare i fianchi occidentali del Corno Bianco, in una posizione panoramica e dominante sopra un tondeggiante cocuzzolo, le strutture di una costruzione gravemente lesa, ma non diruta, dal tetto in cemento armato ancora solido e solo in parte volutamente aperto. Veniva probabilmente da pensare ai resti di un edificio di origine militare, anche se la sua ubicazione in un posto così evidente e scoperto, suggeriva di pensare che non doveva essere stato tale. Infatti quella costruzione stava lì a testimoniare la capacità realizzativa della Sezione del CAI di Schio. L'impegno che aveva portato alla sua realizzazione non fu però compensato dai risultati sperati, e il rifugio fu anzi subito coinvolto in vicende che ne segnarono sfortunatamente l'esistenza. Presto investito da polemiche, non sufficientemente frequentato dagli escursionisti, requisito per motivi bellici, passato durante la prima guerra mondiale in territorio occupato dagli Austriaci e manomesso, non fu più ricostruito.

La scelta della località
Anche se la fase preparatoria della costruzione e la costruzione stessa furono rapide e durarono meno di due anni, fra la fine del 1908 e il 1910, nell'ambito della Sezione di Schio si cullava da tempo l'idea di realizzare un rifugio nei dintorni di Cima XII. Già in una lettera del 5 aprile 1904 la Sezione scriveva alla Presidenza di una società non ben identificata di Asiago, chiedendo se era mai stata studiata la possibilità di realizzare un rifugio che facilitasse l'ascensione alla Cima XII e domandava, qualora la risposta fosse stata negativa, su quali aiuti avrebbe potuto contare nell' Altopiano chi se ne fosse fatto promotore. Nell'informare subito dell'idea il socio Gaetano Rossi di Piovene, che era deputato e costituiva per la Sezione il punto di riferimento delle iniziative che si proiettavano verso l'Altopiano, si precisavano anche le finalità che avrebbe avuto la costruzione: un locale, sempre aperto, sarebbe stato adibito a ricovero per i viandanti che si fossero trovati in difficoltà, l'altra parte sarebbe stata costituita da un vero e proprio rifugio per alpinisti. Il progetto, che era rimasto per quattro anni allo stato di abbozzo, venne ripreso nel 1908. Il rifugio originariamente avrebbe dovuto trovarsi tra Cima XII e Bocchetta Portule. Probabilmente anche un incidente, uno degli episodi della contesa per il possesso della vetta della Cima XII, di cui si dirà più avanti, scoppiato nell'agosto 1908, stimolò a stringere i tempi. Prima della chiusura della stagione escursionistica, dai propositi generici si passò decisamente alla vera e propria fase preparatoria del progetto, organizzando il 26-27 settembre una gita-ricognizione sul posto, alla quale furono invitati a intervenire anche dei rappresentanti della SAT di Levico e degli amici di Borgo e di Lavarone, onde avere da essi utili consigli. La ricognizione, che non fu l'ultima, fu decisiva e servì anche a raccogliere informazioni sugli umori dei locali, i cui rappresentanti, da quanto si può dedurre, non erano del tutto disposti a collaborare. Il giorno successivo alla gita, infatti, il presidente Fontana, nell'informare la SAT di Trento del progetto del rifugio, chiedeva non tanto un concorso spesa, quanto piuttosto l'appoggio morale di una lettera, di cui suggeriva il tenore, con cui servirsi "presso certe retrograde amministrazioni comunali dell'Altopiano di Asiago". La SAT avrebbe dovuto caldeggiare l'iniziativa del CAI di Schio affermando che essa avrebbe concorso a frustrare il ventilato proposito dei Club Alpini Germanici di costruire un loro rifugio poco sotto la vetta di Cima XII, in territorio trentino. Forse era proprio per questa ragione che in quel momento gli Scledensi avevano deciso di far sorgere la loro costruzione a un quarto d'ora di cammino dalla cima, come comunicheranno anche più tardi al Club Alpino Bassanese e ad altri.
 
La costruzione
Nel 1909 si risolsero i preliminari della fase preparatoria. L'Assemblea dei soci diede mandato alla Presidenza di dare corso a tutte le pratiche per la costruzione del rifugio e questa trattò la cessione del terreno con la Deputazione del Consorzio dei Sette Comuni, mentre l'ing. Letter predispose il progetto. All'inizio dell'anno seguente la nuova Presidenza uscita dall'elezione dell'Assemblea passò con decisione a dar corso alla fase esecutiva: nominò una Commissione, che seguisse direttamente tutta la questione, nelle persone di Carlo Rossi, Giovanni Letter, Ernesto Cercenà. Aprì una sottoscrizione tra i soci, inviò richiesta di finanziamento alla Sede Centrale e di contributi alle altre Sezioni del CAI. Altre lettere furono inviate ad altri potenziali sottoscrittori e si pensò anche, per raccogliere fondi, di organizzare una serata con proiezioni di carattere alpino, richieste alla Sede Centrale del sodalizio. La spesa totale prevista per la costruzione, come risulta dalla lettera inviata ai soci, era di lire 5.000. Nel mezzo di tutta questa fervorosa attività un grave lutto, quasi una tragedia, colpì la sezione, la morte dell'ing. Letter, progettista del rifugio e animatore della sua costruzione. Questo avvenimento, piuttosto che rallentare il lavoro, stimolò a portarlo a termine proprio per onorare la memoria del Letter; si decise infatti di collocare nella nuova costruzione una lapide che ne ricordasse il nome. Pervenuta frattanto la delibera della Deputazione del Consorzio Sette Comuni che concedeva la costruzione del rifugio, delibera che, pur essendo già stata approvata il 18 agosto 1909, era stata modificata in data 18 aprile 1910, nel comma che riguardava il divieto di dare ospitalità ai cacciatori, reso meno drastico nelle misure punitive volute dal Consorzio in caso di inosservanza da parte del gestore, tutte le operazioni preliminari erano state risolte, e nella seduta di Presidenza del 24 maggio fu deciso di dare avvio ai lavori; il nome Cima XII fu scelto nella riunione successiva. Considerando che, data l'altitudine della località prescelta (era indicata allora a 1820 metri), i lavori non poterono cominciare prima di giugno, e tenuto conto delle difficoltà dei percorsi (si doveva trasportare tutto a dorso di mulo dalla strada della Val d'Assa), i tempi della costruzione furono singolarmente rapidi. La prima pietra fu posta il 10 luglio e si terminò la copertura del tetto il 28 agosto. Si poté così fissare l'inaugurazione per il 18 settembre dello stesso anno.

L'inaugurazione. L'episodio della bandiera
Anche la gita per l'inaugurazione, che doveva solennizzare un momento particolarmente felice della vita della Sezione, fu, come tutte le altre attività, organizzata con cura e richiese più di altre impegno, data la lontananza e il luogo isolato in cui la nuova opera del CAI di Schio sorgeva. Si programmò un'escursione sociale per il 17 e 18 settembre, con pernottamento, la sera del sabato, all'albergo Croce Bianca di Asiago, si diramarono gli inviti alle autorità, si predisposero le giardiniere per il trasporto dei partecipanti fino all'imbocco della Val Portule, si noleggiarono due muli, uno per il trasporto degli zaini e l'altro per l'arciprete di Asiago che doveva benedire la costruzione, si provvide a far giungere sul posto la lapide, gli opuscoli illustrativi appositamente stampati e lo spumante. Una cronaca dettagliata dell'inaugurazione si può leggere nella "Gazzetta di Venezia". Ma in quello e in altri giornali, sulla relazione della cerimonia prevale la narrazione dell'episodio dell'asportazione della bandiera dalla vetta di Cima XII, di cui diremo più avanti. Erano ovviamente presenti i maggiorenti del CAI di Schio con in testa il presidente Alvise Conte, i membri della commissione delegata per la costruzione del rifugio Ernesto Cercenà e Carlo Rossi, figlio dell'on. Gaetano, che era anche vicepresidente, il segretario Ermanno Pergameni, l'ex presidente Carlo Fontana. Cercenà consegnò le chiavi al presidente Conte, una bambina lanciò la tradizionale bottiglia di spumante, fu ricordato l'ing. Letter; la presenza della fanfara degli alpini del battaglione Bassano allietò la cerimonia. Dopo la benedizione e il discorso del parroco di Asiago don Luigi Bonomo, che si era concluso con parole di italianità, ci si stava dedicando al pranzo, servito dal conduttore dell'albergo Croce Bianca di Asiago, quando ci si accorse che dalla vetta di Cima XII, dove era stata issata, era sparita la bandiera italiana. Mentre due ufficiali degli alpini partivano di corsa per verificare cosa era avvenuto, l'incontro si concluse con comprensibile agitazione. Era successo che la mattina precedente, per festeggiare l'inaugurazione del rifugio, il comm. Gaetano Dal Brun, il più vecchio dei soci del CAI di Schio, era salito sulla vetta del monte più alto della provincia, accompagnato da due guardie di finanza e da due chierici, e aveva issato, proprio in prossimità della croce, una grande bandiera italiana. Per capire quanto poi successe, va precisato che sulla linea di confine del monte era in atto da lungo tempo una controversia internazionale, di cui ci resta anche una documentata pubblicazione, e che nel 1906 un incauto ufficiale italiano si era lasciato convincere che la linea confinaria passava a Sud della massima prominenza del monte dove sorgeva la croce. Una pattuglia di giovani alpinisti che, guidati dal vice presidente Carlo Rossi, erano saliti sulla cima il mattino del 18, prima della cerimonia, aveva trovato la bandiera al suo posto. Ma successivamente vi erano giunti dal versante trentino due gendarmi austriaci che avevano levato la bandiera. Costoro agli ufficiali degli alpini, sopraggiunti quando già essi avevano intrapreso la discesa, che avevano chiesto la restituzione della bandiera, risposero di non poterlo fare e di averla tolta perché essa era stata issata in territorio austriaco.
 
Costi e capienza

Il rifugio, sorto ex novo e non dalla trasformazione di una casermetta della finanza, come è stato scritto, fu costruito dalla ditta Busellato Guerrino di Staro. Inizialmente era stato previsto un corpo centrale con due ali, ad una delle quali si decise subito, almeno temporaneamente, di rinunciare. Il Consorzio Sette Comuni aveva dato 10 metri cubi di legname a un prezzo di favore, respingendo la domanda di concessione gratuita. Anche questa decisione contribuì a far lievitare il costo dell'opera che, previsto in 5000 lire, risultò alla fine di 7000 lire. La sottoscrizione aveva fruttato 3950 lire. Altri contributi erano venuti da altre fonti: dal Club Alpino di Bassano (100 lire), dai soci thienesi (erano organizzati nella SAT, Società Alpina Thienese) che erano stati sollecitati con una lettera particolare perché ritenuti più direttamente interessati (100 lire), dall'on. Brunialti. A queste cifre si dovevano aggiungere le 600 lire messe a disposizione in tre anni dalla Sezione. Poiché il contributo della Sede Centrale non era ancora giunto, si dovette provvedere al saldo del debito contraendo un prestito di 3000 lire con una banca. La Sede Centrale elargì successivamente 1100 lire nel 1911 e 575 nel 1912. Il debito contratto dalla Sezione per il rifugio, che all'inizio del 1912 era ancora di 2172,10 lire, risultò del tutto estinto all'inizio del 1915. Le caratteristiche del rifugio si possono rilevare dall'opuscolo appositamente predisposto per l'inaugurazione, nel quale c'è anche la pianta del pianoterra (del rifugio erano state stampate dalla ditta Bonomo di Asiago anche delle cartoline) e dall'Annuario 1912-1913 delle Sezioni Venete. Al pianoterra c'erano due locali, uno adibito a cucina, l'altro a refettorio capace di 20 persone; al primo piano c'era un dormitorio con nove letti e un sottotetto per il custode e le guide. L'arredamento era quello normale; l'acqua era di "fontana". Le chiavi erano del tipo unico SAT, adottate anche dalle Sezioni lombarde e venete. Il custode fu nel 1912 Antonio Ronzani di Asiago. Il regolamento era quello del rifugio di Campogrosso, con sovrastampato l'assoluto divieto di alloggio ai cacciatori per obbligo imposto dal Consorzio Sette Comuni.
 
Difficoltà di utilizzo
Se già nel corso della realizzazione del rifugio i promotori non avevano incontrato nei locali quell'apporto che si aspettavano, la loro opera fu subito coinvolta in vicende che ne condizionarono il normale funzionamento. Le maggiori difficoltà derivarono dal contrasto per il possesso della vetta di Cima XII, contesa, come detto, dagli Austriaci. Viene da pensare che il ventilato progetto, di cui abbiamo detto, di costruire nelle adiacenze della cima un rifugio tedesco, rientrasse proprio nel programma di espansionismo pangermanico, come allora si diceva. Già l'episodio della bandiera ebbe un seguito sulla vita del rifugio. Appena di ritorno dall'inaugurazione il presidente del CAI Alvise Conte informò dell'accaduto gli onorevoli Attilio Brunialti e Gaetano Rossi e i senatori Giovanni Rossi e Guardino Colleoni, il quale ultimo era anche presidente della Sezione di Vicenza, e dovette anche intervenire a chiedere una rettifica ai giornali che avevano distorto il senso dell'intervento della Sezione scledense. Poiché, nonostante le rimostranze, la bandiera non era stata restituita, due ingegnosi bassanesi escogitarono un sistema per far apparire sulla cima un tricolore inasportabile: dipinsero con i colori della bandiera italiana la croce colà esistente. Questa impresa suscitò la reazione degli Austriaci, che inviarono sul posto un nutrito gruppo di soldati, sia per compiere una cerimonia di riparazione all'offesa fatta al simbolo sacro, sia per ridipingerlo, operazione questa che non poté essere compiuta per il sopraggiungere del maltempo. L'intervento degli Austriaci indusse le autorità italiane a inviare in Val Galmarara un consistente reparto di militari che, non potendo essere tutti ospitati nella caserma delle Finanze colà esistente, chiesero di poter usufruire anche del rifugio del CAI, il quale venne concesso in uso dalla Sezione col patto che venissero osservate le norme del regolamento di gestione che era stato anche approvato e convenuto col Consorzio Sette Comuni. Ma non furono solo queste le difficoltà che l'opera incontrò. Nel mettere a disposizione del socio thienese Piero Tretti (che sarà nominato dal Consiglio delegato per il rifugio per il 1914) le chiavi, il presidente Conte si rammaricava che non si fossero trovate delle guide affidabili che lo accompagnassero; segno che la zona non era frequentata. Infatti, nonostante la Sezione continuasse a completarne l'arredamento, nella seduta di Consiglio del 12 febbraio 1913 si decise di tenerlo per quell'anno chiuso, considerata la passività di gestione avuta nel 1912. Ma gli ostacoli maggiori erano posti dalle autorità, che mettevano delle remore a causa dei perduranti problemi di confine. L'uso del rifugio risultava difficile per la stessa Sezione proprietaria. Infatti la gita programmata a Cima XII per la fine di agosto del 1913 dovette essere sospesa a causa delle pressioni dell'autorità di pubblica sicurezza. L'anno successivo la questione si era a tal punto ingarbugliata che, risultati inutili altri tentativi, fu nominata per chiarirla una Commissione presieduta da Alvise Conte. La fine del rifugio era ormai imminente. Infatti, con l'avvicinarsi dello scoppio del primo conflitto mondiale, ed esatta-mente a fine maggio 1915, esso fu, a loro richiesta, consegnato alle autorità militari e, subito dopo, interdet-to agli alpinisti.
 
L'abbandono del rifugio Cima XII da parte della Sezione CAI di Schio
Come si è visto, l'esperienza del suo funziona-mento nel breve periodo di vita fino al 1915 non era stata lusinghiera. In un ambiente naturale e umano diverso da quello allora abitualmente frequentato dai soci della Sezione, lontano dalla possibilità di accedervi facilmente per averne cura e troppo lontano dai centri abitati dell'Altopiano, esso non rispondeva neppure alle nuove prospettive apertesi all'alpinismo nel dopoguerra (non si verificò neppure l'auspicio che altre società alpinistiche, altre Sezioni sorte nel frattempo, come Bassano (1919) e Thiene (1923), sulle quali l'area dove esso sorgeva gravitava più naturalmente, ne rilevassero i resti. Solo molti anni dopo, nel 1971-72, i soci del GEM di Marano si interessarono, senza esito, per vedere se era possibile recuperare il manufatto). I muri del Cima XII, tanto solidi da passare indenni tra le devastazioni della guerra e da sfidare l'usura del tempo, sono stati concessi ad altri, anche se, come diceva la delibera della Deputazione del Consorzio Sette Comuni del 18 agosto 1909, la proprietà del rifugio sarebbe divenuta meno alla Sezione di Schio solo in caso di cessazione di essa. Nel 1983 l'antico manufatto è stato rimesso in efficienza dal Gruppo Alpini di S. Caterina di Lusiana. Al CAI di Schio restò la vecchia bandiera asportata dagli Austriaci, recuperata ad Asiago e portata a Schio dallo stesso socio Gaetano Dal Brun che l'aveva issata sulla vetta della Cima XII in occasione dell'inaugurazione del rifugio. Nella sua prima Assemblea del dopoguerra la Sezione la chiese a Dal Brun come cimelio, ed essa rimase nella sede "come sbiadito ma gradito ricordo". Poi un giorno pare, prestata agli ex combattenti della prima guerra mondiale, non fu più restituita e andò smarrita.

Si ringrazia la Sezione di Schio che ci ha permesso di pubblicare un estratto della storia del Rifugio Cima XII tratto dal libro " CAI DI SCHIO CENTO ANNI" di Terenzio Sartore e Gianni Conforto.